di Brunetto Salvarani

Dobbiamo ammetterlo: ben di rado, quanto negli ultimi anni, si è discusso pubblicamente di ecumenismo. Lo si è fatto, in genere, sull’onda della tragedia ucraina. Prese di posizione, articoli su periodici e quotidiani, interventi on line, in genere per denunciarne la profonda crisi; talvolta, la conclamata inutilità o la dannosità, sullo sfondo del traumatico scenario bellico. Non sono mancate toni fra l’ironia e il sarcasmo, ad esempio quando tratteggiando le trasparenti contraddizioni delle posizioni sostenute dal patriarca di Mosca, Kirill, con l’ideologia etnico-religiosa del Russkiy mir (il mondo russo). Peraltro, la cosa appare curiosa, tenendo conto del fatto che di ecumenismo poco ci si occupa normalmente, considerato il parente povero fra le discipline teologiche: facile verificarlo nei curricula di facoltà di teologia e istituti di scienze religiose. Senza dimenticare l’investimento rarefatto, episodico, talora svogliato, al riguardo, da parte di chiese locali, diocesi e comunità, salvo felici eccezioni. Lo scrivo non per accusare qualcuno di lesa maestà nei confronti dei processi di dialogo fra le chiese, ma per corroborare la seguente tesi: dovremmo ripartire proprio dagli eventi di questa stagione ferita, per riflettere sulla necessità – agli occhi di quanti se ne occupano, sempre più urgente – di un nuovo, diverso e maggiore slancio ecumenico.
Direi così: l’ecumenismo non si è esaurito, né stiamo attraversando un’era glaciale, a dispetto degli indizi che ci spingono a pensarlo. Il dialogo tra cristiani di confessioni diverse sta cambiando di forma, stile, metodo, e non è sempre facile riconoscerne la positiva trasformazione nel cuore di una crisi indubbia che però va letta anche comecrisi di crescita, destinata a farci fare ulteriori passi in avanti. Se l’ecumenismo ha un futuro, siamo chiamati a immaginarlo e a impegnarci seriamente, coniugandopazienza, creatività, fantasia e audacia. Nella consapevolezza che, probabilmente, le forme storiche del dialogo ecumenico del Novecento si sono definitivamente esaurite, e bisogna andare oltre. In che direzione?
Valorizzando le esperienze di base e dando spazio allo Spirito, tenendo sullo sfondo le nostre, pur legittime, umane preoccupazioni. Apre il cuore alla speranza, in questa chiave, l’auspicio di Leone XIV poco dopo il conclave, il 19 maggio 2025, parlandoai rappresentanti di chiese e religioni: “La mia elezione è avvenuta mentre ricorre il 1700° anniversario del primo Concilio Ecumenico di Nicea. (…) Mentre siamo in cammino verso il ristabilimento della piena comunione tra tutti i cristiani, riconosciamo che questa unità non può che essere unità nella fede. In quanto vescovo di Roma, considero uno dei miei doveri prioritari la ricerca del ristabilimento della piena e visibile comunione tra tutti coloro che professano la stessa fede in Dio Padre e Figlio e Spirito Santo”. La strada, pur difficile, è tracciata: con l’augurio che tali sforzi siano premiati da risultati concreti…

Lascia un commento