di Niccolò Rinaldi, funzionario dell’Unione Europea ed ex deputato europeo, saggista

Marigot. – Nella pioggia tropicale della Dominica, si sale per il Waitukubuli Trial e improvvisamente troviamo nel mezzo un vecchio furgone abbandonato. Il sentiero è ancora abbastanza largo per arrivarci con un mezzo, nella stagione secca quando non c’è il fango di adesso.

È rimasto un solo pneumatico, sprofonda nel terreno, sul cassone vi sono radici e virgulti, la cabina è invasa di ramoscelli. Poco oltre, ci s’imbatte in un’altra carcassa, con le felci che spuntano dal radiatore.

La metamorfosi diventa ancora più impressionante dietro una curva, in un ammasso di radici e pezzi di carrozzeria e motore, difficilmente distinguibili.  

Qua la corrosione del tempo ha impartito le sue regole, quasi completando il miscuglio di un vecchio veicolo e degli elementi della natura. Questi mezzi sono stati portati quassù, e lasciati al loro destino di una rottamazione “spontanea”, che tuttavia è tutt’altro che tale perché inquinante e distruttiva per il paesaggio. Sono incontri tutt’altro che isolati nelle isole dei Caraibi, anzi perfino frequenti in certi isole come la Dominica. Non ne avevo mai sentito parlare, ma un tempo, mi dice un locale, arrivavano turisti che andavano a caccia di queste reliquie della società moderna disperse nelle montagne, questione di numeri di avvistamenti e trofei fotografici. Adesso non c’è più gusto, di auto abbandonate tra gli alberi, o poco oltre il ciglio della strada, se ne vedono a bizzeffe.

Non ci si fa caso, ma il fenomeno è ormai endemico e crescente. Il mercato automobilistico nei piccoli Stati isole funziona così: auto di seconda mano sono importate attraverso dei cargo. Sbarcano, sono vendute attraverso officine private, e usate finché durano e riparandole per quanto possibile, in territori con brevi distanze ma strade e condizioni metereologiche usuranti, e dove  i pezzi di ricambio sono cari e arrivano col contagocce. Si raggiunge poi un punto di non ritorno, quando non è più possibile mettere pezze all’auto, o non più conveniente. Ma non esistono né un ulteriore mercato dell’usato né rottamazioni, e allora, dopo aver smontato tutto quello che può risultare ancora utilizzabile, non resta che disfarsi dell’auto. Molte vengono gettate in mare, per la gloria dei “paradisi tropicali”. Più facile è spingerle quanto più possibile nella foresta e abbandonarle.

Madre Natura accoglie anche loro, e compie un lungo e inesorabile processo di “assorbimento”, creando delle sculture di metallo e radici, di foglie e resti di plastiche corrose, in un lento disfacimento che non sfigurerebbe come installazione di arte contemporanea. Esprimono assenza, sconcerto, vacuità, sono una vanitas vanitatum dei nostri tempi. È un problema comune anche nelle isole del Pacifico. In Micronesia, ad esempio, ho visto auto gettate e l’una sopra all’altro in un pezzo di bosco.

Centralizzati o parcellizzati, questi abbandoni nella natura riguardano di fatto la totalità del parco automezzi di un’isola – nessuno ha un’alternativa a disposizione, e tutti, a cominciare dalle autorità, hanno altre priorità: erosione delle coste, cambiamenti climatici e uragani, spopolamento, alcolismo, sviluppo… Così, finora, sono perlopiù assenti leggi locali e controlli per affrontare il problema della rottamazione, e nessuno si è mai occupato del problema. Ma più il tempo passa, più vi sono automobili da buttare e il fenomeno diventa diffuso, con un impatto ambientale sempre più grave e con costi di una bonifica che saranno presto spropositati. E come già sta accadendo sotto i nostri occhi senza che nemmeno ce ne accorgiamo, i rifiuti dei nostri tempi diventano inamovibile bruttezza, simulacri plasmati dall’imponderabile passaggio del tempo, anzi delle civiltà o presunti tali.

Niccolò Rinaldi


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